giovedì 29 maggio 2008

INDIANA JONES E IL REGNO DEL TESCHIO DI CRISTALLO
( Indiana Jones and the kingdom of the crystal skull, USA 2008)
DI STEVEN SPIELBERG
Con HARRISON FORD, Cate Blanchett, Shia LeBoeuf, Karen Allen.
AVVENTURA

Come minimo era dal 1994 che i fans attendevano la quarta avventura di Indiana Jones, creazione Spielberg&Lucas che tanto ha fruttato a partire da "I predatori dell'arca perduta": all'epoca le news parlavano di un nuovo personaggio nella saga, un fratello cattivo dell'archeologo per il quale era stato messo sotto contratto Kevin Costner, dopo averci fatto conoscere il padre dell'eroe nella terza puntata. Poi il progetto è slittato, e sono passati quasi venti anni dall'ultimo episodio: probabilmente sono state accantonate diverse sceneggiature, e la molte volte ventilata puntata di Indy in Atlantide è definitivamente tramontata, forse per questione di costi troppo elevati da sostenere. Siamo nel '57, i nazisti cattivi lasciano il passo ai russi del KGB ( siamo in piena Guerra Fredda), il film si apre su un'incursione dei sovietici capitanati dall'ufficiale con il caschetto nero Cate Blanchett nell'area 51 in Nevada, e poi si passa al Centro e Sud-America: si sarà già capito che c'è un riallacciamento a un tema caro sia a Spielberg che a Lucas, gli extraterrestri, e c'è da dire che la sceneggiatura approntata è soddisfacente, avendo imbastito una buona macchina da divertimento. Citazioni di classici del cinema di avventura a go-go (c'è un omaggio a Tarzan entusiasmante ed ironico, un altro al Brando de "Il selvaggio" affettuosissimo), un ritmo che non fa affatto sfigurare la tenuta di botta del pur stagionato avventuriero, e un ricorso più rado possibile agli effetti speciali digitali da parte della regia che conferma Spielberg come il più abile a sposare cinema in grande e intrattenimento di alta qualità. Dovrebbe essere la parola finale sulle avventure di IJ, ma chissà se dalla risposta del pubblico non vengano fuori sorprese...

mercoledì 28 maggio 2008

40 ANNI VERGINE ( The 40 years old virgin, USA 2005)
DI JUDD APATOW
Con STEVE CARELL, Catherine Keener, Paul Rudd, Romany Malco.
COMMEDIA

In America è stato un grosso incasso, qui da noi ha raccolto meno, ma è un destino piuttosto frequente per commedie che magari in patria sbancano e in Europa arrancano: è andata così anche , per fare uno degli esempi più recenti, per "Molto incinta", che ha oltrepassato i cento milioni di dollari di introiti lordi in USA, e nelle nostre sale è passato inosservato. Steve Carell, molto apprezzato per il ruolo dello zio gay e depresso in "Little Miss Sunshine", qui è il protagonista assoluto , interpretando un quarantenne malinconico e ragazzino dentro, che si rifiuta di passare all'età adulta spingendo via da sè la propria sessualità: il problema maggiore del film di Apatow, oltre che faccia ridere quasi per niente, e per una commedia non è il massimo del complimento, è che non ha nè la franchezza magari rozza ma efficace dell'umorismo sboccato o pruriginoso, nè la scioltezza narrativa o il quadro di costume necessari per un film brillante classico. Carell e la Keener, interpreti altrove meritevoli di attenzione e di plauso, non riescono a salvare la situazione, la storia gira a vuoto, il copione è floscio, invece di divertirsi copiosamente ci si annoia.E un piccolo film di un'ora e mezza sembra non finire mai.
GOMORRA ( I, 2008)
DI MATTEO GARRONE
Con TONI SERVILLO, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo.
DRAMMATICO

Caso librario del 2006, "Gomorra" è stato un fenomeno su cui i mass media e l'opinione pubblica hanno discusso molto, e il suo autore , il napoletano Roberto Saviano, è costretto a vivere sotto scorta per sicurezza, avendo fatto anche nomi scottanti nella sua opera: nel film che ne è stato tratto, che sceglie cinque delle dieci tracce narrative del romanzo questa scelta è stata accantonata, ma l'effetto-pugno allo stomaco è garantito. Con un occhio al cinema-inchiesta degli anni Sessanta/Settanta e la scelta di uno stile narrativo quasi documentaristico( perchè i fatti vengono presentati senza apparente giudizio morale, e comunque già essendo gravi Garrone ha fatto bene ad evitare ogni retorica) il regista de "L'imbalsamatore", forte di una sceneggiatura che, per quanto a tratti dia l'impressione di sfilacciarsi, interseca bene i cinque racconti che danno un'idea sostanziale di come la camorra sia un'organizzazione efficace e micidiale, a vari livelli. Recitato quasi tutto in napoletano stretto ( con sottotitoli in italiano che all'inizio rimandano al sottomondo devastato di Ciprì e Maresco), il film parla di una parte d'Italia rimossa dai palinsesti televisivi, quasi segreta, che non si discosta di parecchio dalle realtà più crude e violente del Sudamerica: droga, guerre tra clan, lavoro nero, riciclo clandestino di rifiuti, di tutto c'è in questo quadro sgradevole e urticante, che mette a disagio chi ha ancora un pò di coscienza civile. Il senso di nausea che si prova nell'uscire dalla sala in cui si proietta è salutare, e va tenuto a mente che tutto ciò che si è appena visto riguarda , anche se può sembrare in maniera indiretta, ogni italiano.

martedì 27 maggio 2008

NON APRITE QUELLA PORTA: L'inizio
( The Texas chainsaw massacre: The beginning, USA 2006)
DI JONATHAN LEIBESMAN
Con JORDANA BREWSTER, MATTHEW BOMER, Taylor Hembley, R.Lee Ermey.
HORROR

Uno degli escamotages del cinema di oggi , non così fiorente di idee anche quando gli incassi sono quelli solidi di Hollywood, è l'azzeramento delle serie più redditizie. Se infatti di "Guerre stellari" abbiamo già conosciuto le origini , anche "Batman begins" è risultato quel che si dice un buon affare. Nell'horror, sono usciti un remake-prequel di "Halloween" e questo antefatto di "Non aprite quella porta":se il rifacimento di Marcus Nispel era fatto con i criteri del nuovo cinema pauroso ed era nella sostanza un lavoro di discreto livello, il racconto del passaggio ad una dieta antropofaga della famiglia di Leatherface ha un buon avvio. Il vuoto delle strade texane sperse su campi traboccanti miseria e isolamento è ben descritto dalla regia, l'idea di ambientare la storia nel 1969, in piena guerra nel Vietnam, con le due coppie protagoniste la cui componente maschile deve partire per il fronte non è per niente scadente. però, pur durando esattamente settanta minuti , il film ha parecchie stiracchiature e cadute in un sanguinario e ripetitivo dejà-vu: e la potenziale critica alla reazionaria ferocia familista del clan di cannibali perde d'interesse nella sequela di violenze perpetrate a passo di carica. Quindi, la dimensione folle di un paese del "mondo civilizzato" in cui, lungo una strada cammina un colosso di due metri armato di moto sega perde la sua allucinata paradossalità e lascia troppo spazio ad accelerate grondanti liquidi corporei e frattaglie varie.

lunedì 26 maggio 2008

L'UOMO DAL BRACCIO D'ORO ( The man with the golden arm, USA 1955)
DI OTTO PREMINGER
Con FRANK SINATRA, Kim Novak, Eleanor Parker, Arnold Stang.
DRAMMATICO

Non è tra i più considerati tra i cineasti che sono stati importanti nel dopoguerra, però, come si è detto altre volte, a Otto Preminger, austriaco transfuga ad Hollywood come Zinnemann si deve riconoscere la capacità di scegliere argomenti roventi che, in molti evitavano accuratamente per quieto vivere: "L'uomo dal braccio d'oro" è un melò fortemente drammatico,che tratta della tossicodipendenza ( a metà anni Cinquanta!) del suo protagonista, il batterista jazz Frank Sinatra. Teso e corposo, il film è realizzato secondo i canoni narrativi del genere, con un'attenzione per le psicologie notevole , e pure il rapporto ormai logoro e retto solo dai sensi di colpa del personaggio principale con la moglie , resa invalida dalla mancata assistenza di lui, causa droga ( mac'è un imbroglio sotto) è di prima qualità. Sinatra è in uno dei suoi ruoli migliori, e la cruda scena dell'autodisintossicazione è stata ricordata per anni dai cinefili per efficacia e realismo, e Kim Novak conferma una volta ancora di essere stata una bellissima non utilizzata come avrebbe dovuto essere, anche se il personaggio più memorabile è quello della moglie Eleanor Parker, figura tragica a tutto tondo degna dei più forti drammi classici.

domenica 25 maggio 2008

GREMLINS 2: La nuova stirpe ( Gremlins 2: The new batch, USA 1990)
DI JOE DANTE
Con ZACH GALLIGHAN, PHOEBE CATES, John Glover, Christopher Lee.
FANTASTICO

Diciamolo:non è tra i seguiti che più hanno entusiasmato, o sono stati all'altezza delle aspettative. Eppure c'è ancora Joe Dante, autore un bel pò sottovalutato dal pubblico, che ha un senso dello spettacolo notevole, e persino Tim Burton, molto più celebrato, gli deve molto.Ma le nuove avventure dei mostriciattoli con la cresta, pur con qualche buon momento, e qualche citazione di costume (c'è un personaggio chiaramente ispirato a Donald Trump) non sono dirompenti come le precedenti, e l'atmosfera tra fiaba e film dell'orrore del primo film non si ripete.Peccato, perchè a livello tecnico il film è ben fatto, e la partecipazione di Christopher Lee è gustosa.Ma stavolta l'immaginazione non sa volare:l'effetto speciale si riproduce, come i gremlins, ma non si provano le stesse emozioni.
IL VELO DIPINTO ( The painted veil, USA 2006)
DI JOHN CURRAN
Con NAOMI WATTS, EDWARD NORTON, Liev Schreiber, Dyan Cannon.
DRAMMATICO

Una volta si chiamava "cinema di papà".Terzo adattamento per il grande schermo da un romanzo di W.Somerset Maugham, di cui una versione interpretata addirittura da Greta Garbo, "Il velo dipinto", melò d'ambientazione esotica abbina due attori di comprovata qualità come Naomi Watts e Edward Norton, per narrare una storia d'amore riconquistato che , sebbene in fin dei conti possegga una certa dignità nella confezione, si rifà fin troppo ai modelli d'antan. Se l'operazione consistente nel girare un film "à la maniere de " i classici del bianco e nero può aver rappresentato una sfida affascinante per il regista John Curran( cui si deve il non risolto "I giochi dei grandi" sempre con la Watts e Mark Ruffalo), va detto che tale scommessa , oltre che al Coppola di "Cotton Club", è riuscita ben a pochi, vedi il Soderbergh di "Intrigo a Berlino". E' cinema decoroso, ben curato e allestito, ma che vive più di rifiniture estetiche che di sensazioni, più di pacchetto che di sostanza.