martedì 13 aprile 2010

LA CITTA' VERRA' DISTRUTTA ALL'ALBA (The crazies,USA 1973)
DI GEORGE A.ROMERO
Con LANE CARROLL, Harold Wayne Jones, Lloyd Hollar,Lynn Lowry.
FANTASCIENZA
E'uno dei titoli meno conosciuti della filmografia di George Romero, anche se ne è imminente un remake già uscito con buon successo in patria:"The crazies" racconta di una comunità colpita da una sostanza chimica che altera i comportamenti portando gli esseri umani verso una follia omicida e distruttiva, che viene circondata, rinchiusa e programmaticamente sterminata dai militari governativi,incaricati di contenere e sopprimere il guaio. Realizzato probabilmente con un budget a corto di liquidi, il film ha un incipit potentissimo,con due bambini che assistono all'esplosione della pazzia del padre, e un resto che oggi, ma non è proprio colpa della pellicola, abbiamo visto tante volte, vedi "Rec", "28 giorni dopo" e pure i film degli zombies di Romero stesso. Il contrasto tra i soldati in tuta anticontaminazione bianca ai quali, è evidente,non pare il vero di abbattere a colpi di mitra altri esseri umani, e i contaminati che praticamente hanno la gestualità dei figli dei fiori, è anche troppo netto:"La città verrà distrutta all'alba",di cui esiste,pare una versione con finale corredato da esplosione atomica (i soliti,pratici modi eleganti dei militi....) è un lavoro troppo sospeso tra l'horror,la fantascienza e il film di guerra per convincere appieno, e soprattutto soffre quell'avvio così forte e mirabile, disperdendosi in troppe chiacchiere tra i militari (a proposito, quello più cretino rammenta nelle fattezze George W. Bush, avrà avuto la palla di cristallo Romero?) e raccontando poco dell'epidemia,che alla fine, c'è più nelle supposizioni pessimistiche che nei fatti. Come l'aviaria,la mucca pazza, la febbre suina, ci avete fatto caso?

IL PROFETA (Un prophète,F 2009)
DI JACQUES AUDIARD
Con TAHAR RAHIM, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Jacoubi.
DRAMMATICO
Un giovane uomo di etnia araba finisce in carcere e deve scontare sei anni:visto che deve gestire un lasso di tempo che potrebbe rivelarsi un infinito inferno, sceglie di diventare il tirapiedi della fazione più forte tra i detenuti,capeggiata da un anziano leader della mala corsa, e pur dividendosi tra l'appartenenza alla propria gente e gli alleati, fa carriera divenendo a sua volta un capo. "Il profeta" (ma mettere davanti "un" secondo me dà un altro significato,più ficcante e incisivo,alla pellicola,come nell'originale) è un dramma carcerario letto come l'analisi comportamentale di un organismo a sè stante,che sa adattarsi e rigenerarsi, quindi sopravvive ed anzi vince evolvendosi la sfida delle leggi naturali della Vita. Acclamato da molti spettatori e recensori come un capolavoro di questi anni, il film è un resoconto molto interessante di un mondo solitamente nascosto agli occhi comuni ma proliferante, che tiene conto appunto della crudezza delle regole che vigono in natura, forse per sottolineare che nonostante le teorie darwiniane l'Uomo rimane un animale capace di saper usare miratamente la violenza e la forza,ma non approda ad essere una specie nuova,che sappia dissociarsi dalla brutalità. Recitato con grinta, conta il solo (ottimo) Niels Arestrup di volti noti nei panni del vecchio boss corso, destinato a sbattere il grugno contro l'esautorazione e a rimanere solo, un anziano che probabilmente conoscerà una fine amara o violenta. Sceglie di non offrire risposte definitive il film di Audiard, concludendosi con il protagonista che esce dal carcere, guardandosi le spalle, ma verso un futuro che dal nulla ha costruito,benchè malavitoso, e forse,ma non è sicuro,prenderà il posto dell'amico prossimo alla fine:un film riuscito,anche bello,ma non mi è parso un capo d'opera.

lunedì 12 aprile 2010


TOM JONES ( Tom Jones,GB 1963)
DI TONY RICHARDSON
Con ALBERT FINNEY, Susannah York,Hugh Griffith,Diane Cilento.
COMMEDIA
Dal corposo romanzo di Henry Fielding, la versione per il grande schermo diretta da Tony Richardson si guadagnò ben quattro premi Oscar tra i quali la statuetta il miglior film dell'anno:in Italia ebbe una distribuzione non impeccabile,che ne fiaccò probabilmente le possibilità di successo popolare, e a tutt'oggi non è tra i classici degli anni Sessanta più menzionati.Vale la pena però di vederlo,anche e soprattutto per il taglio da "free cinema" ad una produzione desunta comunque da un classico della lettaratura, con inquadrature modernissime, un ritmo accelerato in alcune sequenze, un frullare di erotiche tentazioni e un'ironia solida per tutta la durata del racconto. La scena della seduzione gastronomica, fatta di sguardi eloquenti e mugolii gaudenti è giustamente considerata una chicca dell'Eros al cinema:e il bello è che pur non disdegnando grazie femminili differenti,infine si compie,come nelle favole più eterne, il compimento dell'amore tra il protagonista e la vivace signorina che si era prefisso di impalmare. Se si vuole quasi un controcanto brillante della cupezza lucida e filosofica di "Barry Lyndon", comunque una buona commedia in costume con un bravissimo Albert Finney, scanzonato avventuriero che vive le cose col cuore in barba agli avidi e ai maldicenti.

venerdì 9 aprile 2010

L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE (The men who stare at goats, USA 2009)
DI GRANT HESLOV
Con EWAN MCGREGOR,GEORGE CLOONEY, Jeff Bridges, Kevin Spacey.
GROTTESCO
Che gli otto anni degli Stati Uniti sotto l'amministrazione Bush II siano stati attraversati da un'ondata di follia anche collettiva è un dato ormai conclamato, e che "L'uomo che fissa le capre" sia, pare, basato su fatti che hanno del vero non stupisce nemmeno troppo:esperimenti militari fondati su teorie oltre la fisica , telecinesi e onde cerebrali studiate come nuove potentissime armi potrebbero fare il paio con i credi hitleriani nelle forze occulte, in delirii di potere oltre l'immaginabile. Il film di debutto da regista dell'attore Grant Heslov ha conosciuto buoni apprezzamenti critici, con un cast veramente notevole alle mani. Solo che con il potenziale,sia tecnico che circa lo spunto, teoricamente esilarante, si rimane un pò delusi dalla satira messa in gioco, abbastanza blanda, mai del tutto graffiante. E il film procede un pò faticosamente verso il finale liberatorio senza mai emozionare davvero:se Clooney sta al gioco,ma non esprime del tutto l'ironia che gli è propria, Jeff Bridges ripropone il suo Dude/Drugo Lebowski in versione antimilitarista con puro mestiere, meglio allora il fanatico imbecille di Spacey che conclude l'avventura in un tripudio lisergico,mentre McGregor ha un ruolo quasi da osservatore. Peccato,poteva essere una gran commedia di derisione di una fase nera della Storia Mondiale.

ALICE IN WONDERLAND ( Alice in Wonderland, USA 2010)
DI TIM BURTON
Con MIA WASILEWSKA, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hataway.
FANTASTICO

Si è scritto diverse volte che il capolavoro (doppio) di Lewis Carroll è stato portato più volte sullo schermo, e che questa, di un successo strabordante, anche per il supporto 3D che si è dimostrata un'arma assai affilata nelle mani degli esercenti e delle produzioni, è un'ennesima versione:sinceramente, quante ne ricordiamo, a parte quella della Disney Productions? Qualche adattamento per la tv, o comunque prodotti magari volenterosi ma non sufficienti a propagare la dimensione fantastica del viaggio di Alice. Qui c'è un regista solitamente attesissimo e di grosse capacità visionarie,nonchè portatore di uno stile personalissimo e difficile da imitare,che riscrive ampiamente un testo conosciuto, quasi facendo un ulteriore seguito delle avventure della ragazza che , come suggerisce la pellicola, già era stata nel Paese delle Meraviglie, come chi lo abita ricorda ma non lei, e con ostinazione femminea dà una svolta lì e nel "suo" mondo. E' vero che è rintracciabile una programmaticità qua e là nell'ultimo lavoro del regista di "Ed Wood",ma quella freddezza che a tratti affiora nel suo cinema è parte del suo metodo di fare film,e probabilmente compensa l'alto tasso di fantasia postovi:e che un limite del film è l'aver trovato un tramite limitatamente espressivo nella protagonista,la polacca Mia Basilewska,che non sempre esprime lo stupore comprensibile di fronte ad un mondo di visioni mirabolanti, e la danza del Cappellaio in stile Michael Jackson forse sarebbe stato meglio evitarla. Però qui c'è un punto di incontro tra un'immaginazione cartoonesca e un cinema fatto da interpreti fortissimo, e ciò che si vede sullo schermo dà spesso la sensazione di poter trovare posto in un libro di illustrazioni per bambini, potentissimo sviluppatore di fantasia e sogno:se il Cappellaio Matto di Depp è il controcanto buono del Joker di Nicholson, il mostro ucciso sulle rovine è la versione "a film normale" del drago colpito a morte nel finale del disneyano "La bella addormentata nel bosco", e via enumerando. Sotto ad un cielo decolorizzato come spesso capita di ricordare quello che c'è nei sogni, si assiste ad un'opera ricca,possente a livello visuale, intenta a grattare via lo scetticismo dall'occhio dell'adulto e ad aizzare la cavalcata verso il fantastico puro di quello dello spettatore più giovane,anche se in alcuni momenti viene da pensare che non sia un film proprio adatto e diretto ai bambini. Ma noi adulti che vogliamo saperne,in fondo?

lunedì 5 aprile 2010

JENNIFER'S BODY ( Jennifer's body, USA 2009)
DI KARYN KUSAMA
Con MEGAN FOX,AMANDA SEYFRIED, Adam Brody,Jonny Simmons.
HORROR

Il teen-horror, sottogenere in voga in questa decade, è un genere che trova il suo apice commerciale nell'edulcoratissima serie di "Twilight", e ha prodotto diversi titoli di maggior successo in dvd o in televisione che nelle sale. "Jennifer's body",scritto dalla sceneggiatrice premio Oscar per "Juno" Diablo Cody e diretto dalla regista Karyn Kusama,ex indipendente che aveva suscitato degli entusiasmi anni fa con "Girlfight", giunto sugli schermi con un discreto battage pubblicitario per l'attenzione circa la splendida protagonista Megan Fox,una bellezza felina di evidente impatto, è un pasticcio mica da poco. Se l'intenzione era di fare un horror con carica parodistica, che smontasse gli archetipi del genere, il tocco snob della Cody e della Kusama rende algido il tutto:dialoghi forse ironici,ma in realtà sconcertanti, truculenza marcata e sangue a profusione a lordare le forme e le fattezze,quelle sì impressionanti, della Fox, e una recitazione collettiva da recita del doposcuola non fanno del film un cult. Scombinato nei processi narrativi,che per essere appunto un horror sono anche troppo tirati via, e per una commedia non presentano sufficiente humour, vive di un sensazionalismo bambinesco e greve, tra momenti in cui gli spettatori si guardano in volto stralunati nell'oscurità interrogando con gli occhi il vicino su quello che hanno appena visto e sentito, e battute demenziali buttate alla rinfusa ma senza far percepire davvero l'ironia. Valga per tutte quella in cui la demone Jennifer,passata da parte a parte da un'asta,dice "Avrei bisogno di un Tampax.", lasciando il pubblico nell'incertezza se mollare la visione o terminarla per inerzia.




Forse è vero che "Mine vaganti" funziona più sul registro brillante che su quello malinconico,come nella sequenza del ricordo del matrimonio della nonna,vagamente oleografico,anche se tuttavia elegante:di sicuro questo film di Ozpetek sta incontrando maggior consenso del suo ultimo, quel "Un giorno perfetto" che aveva deluso sia i recensori che il pubblico,completamente virato al tragico e senza luce alcuna. Ed il regista turco,quasi in segno di provocazione,riempie questa pellicola delle "tavolate" spesso beccate dalla critica come segno anche troppo marcato del suo modo di fare cinema. La coralità che i fans dell'autore de "Le fate ignoranti" ben conoscono è qui ben giocata, e se vi sono numerose autocitazioni, ci sono pure un pizzico di riferimento all'Almodovar più brioso nel ritmo del racconto, e un riallacciarsi alla commedia salace alla Germi sia per l'atmosfera,che per quella sequenza in un caffè affollatissimo e centrale, con tanti potenziali pettegoli, la quale sembra presa di peso da "Sedotta e abbandonata". Supportato da un cast intonato, con special menzione per un Ennio Fantastichini che qui è all'altezza di un De Niro d'annata, basti vedere la scena appunto nel caffè in cui ride con la bocca e piange con gli occhi, Ozpetek racconta una giostra di sentimenti duri ad affiorare, di identità sessuali nascoste o in bilico su un attimo di grande incertezza,come quella che forse prova il protagonista Scamarcio ad un certo punto della storia, di mentalità legate al passato e passioni sempre vive anche se relegate negli angoli del cuore. Un film brioso,contrassegnato dalla vivace canzone di Nina Zilli "50 mila", che è tra i migliori di un autore che si è scrollato di dosso la paura di piacere e propone il cinema che sa fare, senza autocompiacersi eccessivamente.