sabato 6 febbraio 2010

IL TAGLIAERBE ( The lawnmower man, USA 1992)
DI BRETT LEONARD
Con PIERCE BROSNAN, JEFF FAHEY, Jenny Wright, Mark Bringleson.
FANTASCIENZA
Senza grossi nomi nel cast (Brosnan era ancora lontano dallo sfoderare la pistola di James Bond), diretto da un regista al secondo lavoro, il cui nome era praticamente sconosciuto, aveva solo la credenziale dell'ispirazione ad un racconto di Stephen King (non tra i più memorabili), e la novità di un riferimento al mondo virtuale, all'epoca una dimensione misteriosa e di tremenda attrattiva: se la radice è da cercarsi nel "Frankenstein" shelleyano, "Il tagliaerbe" propone uno scienziato geniale e potenzialmente pericoloso, che tramuta un giardiniere dalla mente debole in una creatura dalle capacità fantasmagoriche grazie all'esperimento che ne survolta le proprietà nella sua alternativa appunto virtuale. Professionalmente non fatto male, questo è un film di fantascienza molto medio, con poco da ricordare, e, seppur rudimentale, con la forza dell'intuizione di una non realtà che negli anni seguenti diverrà un fenomeno su cui si interrogano menti celebri e non. Ovvi anche gli sviluppi della trama, con lo scienziato che cercherà di fermare la situazione quando ormai gli è sfuggita dal controllo:non ci si aspettino sorprese, ma un intrattenimento onesto,questo sì.

venerdì 5 febbraio 2010

PRANZO REALE ( A private function, GB 1984)
DI MALCOLM MOWBRAY
Con MICHAEL PALIN, MAGGIE SMITH, Denholm Elliott, Richard Griffiths.
COMMEDIA Film d'esordio in età veneranda di Malcolm Mowbray, poi seguito da una manciata di altri titoli, sempre del genere commedia, "Pranzo reale" è una satira acida e, come si suol dire, in punta di penna, retta perlopiù da un cast di comprovati attori di gran tempra recitativa: il ritmo è il maggior difetto della pellicola, non propriamente scorrevolissima, anche se l'ambientazione è felice, l'accenno ai disagi economici del periodo bellico in Inghilterra è ben reso, e qualche sorriso inevitabilmente viene suscitato, anche dalla bravura degli interpreti. Però assegnare, come ho letto da qualche parte, lo status di film di culto sembra francamente troppa grazia.
FA' LA COSA GIUSTA ( Do the right thing, USA 1989)
DI SPIKE LEE
Con DANNY AIELLO, SPIKE LEE, John Turturro, Bill Nunn.
DRAMMATICO

Già nel 1986, quando uscì il suo film d'esordio "Lola Darling", Spike Lee venne notato dalla critica ed addirittura indicato come una versione nera di Woody Allen, ma fu al terzo lavoro che fece molto rumore, spazzando via l'accostamento e imponendo il proprio stile come molto personale. Personalmente ho sempre avuto un rapporto contrastato con il cinema di questo comunque talentuoso cineasta: a lungometraggi molto interessanti e vibranti intenti sia umanistici che culturalmente densi ha alternato film autocompiaciuti e impregnati di un certo snobismo. "Fà la cosa giusta" anticipa i disordini di L.A. di due anni dopo, e descrive una giornata caldissima di un quartiere della periferia di New York, ma che potrebbe essere un'altra grande città americana. C'è un'aggressività ribollente appena sotto la crosta del quadro d'insieme proposto da Lee, dal trio di sfaccendati che passano il tempo a cianciare su tre sedie, al vecchio alcoolizzato chiamato derisoriamente "Sindaco", al fattorino della pizzeria impersonato dallo stesso regista al suo datore di lavoro di origine italiana Sal e via enumerando figure e figurette che si conoscono da tempo e sembrano tollerarsi, almeno finchè un pretesto non mette in moto l'esplosione di violenza del finale. Spike Lee inietta la tensione nel film via via che il minutaggio (un pò eccessivo, un quarto d'ora in meno di chiacchiere avrebbe reso la pellicola ancor più incisiva, a mio giudizio) progredisce, e rende un fatto di cronaca grave ma relativamente circoscritto una metafora a largo spettro sulla nascita della violenza razziale, basata soprattutto sull'ignoranza e sull'indisponibilità a recepire l' "Altro" come non ostile. Nel vivace cast, da segnalare perlomeno Ossie Davis e Danny Aiello:l'uno per la disperazione che riesce a far affiorare nella tendenziale bonomia del suo personaggio, l'altro per la bravura nell'aver reso il ruolo più a chiaroscuri con abilità.

giovedì 4 febbraio 2010

PRETTY WOMAN (Pretty woman, USA 1990)
DI GARRY MARSHALL
Con JULIA ROBERTS, RICHARD GERE, Hector Helizondo, Jason Alexander.
COMMEDIA/SENTIMENTALE
A sorpresa questa commedia ad ampie venature sentimentali sbancò nell'estate 1990, confermando la rinascita commerciale dell'imbiancato Richard Gere e lanciando la nuova superstar Julia Roberts: niente di originale, la ragazza venuta dai bassifondi fa innamorare di sè un irrequieto miliardario senza compagna fissa mischiato all'eterno canovaccio di "Pigmalione" che fu anche il telaio, ad esempio, di "My fair lady".Però la formula funziona, il copione suscita qualche sorriso (senza strafare), l'alchimia tra i due protagonisti è evidente e aiuta non di poco il regista specializzato in commedie simili Garry Marshall,mentre ci sono anche comprimari di prim'ordine tra i quali pare il minimo citare un Hector Helizondo direttore d'albergo simpaticissimo,in un ruolo che sarebbe stato congeniale ad un Maurice Chevalier. Godibile anche se presenta fin dalle prime battute come unico obbiettivo un lietissimo fine che tanto piace e piacque alle fans della bella coppia sullo schermo, è uno dei film che ad ogni passaggio televisivo in molti piacevolmente riguardano. Se favola dev'essere....

STARDUST MEMORIES ( Stardust Memories, USA 1980)
DI WOODY ALLEN
Con WOODY ALLEN, Charlotte Rampling, Jessica Harper, Marie-Christine Barrault.
COMMEDIA
In un arco di tempo narrativo che non arriva a toccare l'ora e mezza, Woody Allen fa il suo omaggio a Fellini più smaccato, ed al tempo stesso ne riecheggia la mossa di "Otto e 1/2",confessando una crisi personale e lo smarrimento del proprio ruolo,delle proprie aspettative, e del difficile rapporto con un mondo finora sconosciuto che interloquisce con lui mostrandosi sorpreso che un comico non faccia una vita allegra e non dica continuamente cose che fanno ridere. "Stardust Memories", giunto dopo il grande successo internazionale di "Manhattan" fu uno dei film alleniani meno premiati dal pubblico, e a tutt'oggi, comunque,uno dei meno visti e rammentati anche da chi lo ama maggiormente:forse per il maiuscolo omaggio felliniano di cui si diceva sopra, ma in realtà è un titolo che in una summa della consistente opera dell'autore di "Pallottole su Broadway" non dovrebbe mancare, proprio per il marcato coinvolgimento,la sincerità che il cineasta vi ha profuso. Non mancano,al solito, considerazioni geniali immerse in una battuta, ma la scena dell'autore rimasto solo dopo la proiezione del suo film finalmente in un silenzio un pò rassegnato dopo il gran can can di chiacchiericci ed intromissioni di appena poco prima lascia la sensazione di una confessione, una confidenza onesta e per nulla reticente.

VITTORIE PERDUTE ( Go tell the spartans, USA 1978)
DI TED POST
Con BURT LANCASTER, Craig T.Wasson, Marc Singer, Evan Kim.
GUERRA
Il titolo originale cita Leonida e le Termopili, e chiarisce subito il clima disincantato che circola in tutta la pellicola. La quale è doppiata,nella versione italiana, in un modo così approssimativo che la fa assomigliare ad un film per la tv:però, "Vittorie perdute", diretto da Ted Post, regista a metà tra il veterano del cinema d'azione ed il cineasta con motivazioni impegnate, è di fatto uno dei primi film seri sulla guerra del Vietnam. Uscito nello stesso anno de "Il cacciatore", è girato con mezzi modesti, ma ha dalla sua la partecipazione convinta di una star che contribuì economicamente alla produzione, versando diversi dollari per aiutare il regista a completare il lavoro. Tutto viene filtrato da una mancanza di fiducia nell'istituzione militare, sul mito degli USA salvatori del Bene Comune, che risente di una durissima presa di coscienza su una guerra perduta, inquadrata qui all'ingresso delle forze americane nel conflitto asiatico. Burt Lancaster interpreta un militare di carriera disilluso,che eppure riesce a compiere un gesto di solidarietà tra commilitoni conscio che gli costerà caro, ed il cast più giovane che gli ruota intorno presenta Craig Wasson, poi coinvolto in "Omicidio a luci rosse" ed il televisivo Marc Singer. Non un caposaldo,ma per l'epoca un film coraggioso e schietto.

mercoledì 3 febbraio 2010

IL MIO AMICO ERIC (Eric and me, GB/F/I/BE 2009)
DI KEN LOACH
Con STEVE EVETS, Eric Cantona, Stephanie Bishop, Gerard Kearns.
COMMEDIA
In una recente intervista un patito del calcio come Nick Hornsby ha dichiarato che la sua foga per il mondo del pallone preso a pedate è assai calata rispetto agli anni in cui scrisse il celeberrimo "Febbre a 90 gradi": e non è una cosa infrequente da sentire anche in giro, tra semplici appassionati. Le settimane televisive traboccano di sedicenti esperti (qualcuno lo è davvero, ma quanti discorsi superflui,ammettiamolo...), gli stadi tendenzialmente si svuotano, la pay tv crea pacchetti su pacchetti per poi far giocare partite ad orari assurdi e ritmi demenziali,anche per le rotule di chi lo gioca e la busta paga di chi va sugli spalti. Ken Loach ha realizzato una commedia su un postino depresso, che ha perso la voglia di lottare e subisce sordamente gli altri,finchè non gli appare il suo idolo di sempre, il transalpino Eric Cantona,che in forma di amico immaginario/coscienza lo sprona a ritirare fuori il suo meglio e riprendersi la propria vita. Il film, basato su un'idea non nuova ( come non ricordare "Provaci ancora,Sam"?) non è tra le cime del cinema di "Ken il Rosso, però è una commedia onesta, vitale, che parla di persone reali, con case che non sembrano venute fuori da un catalogo di arredatori come troppo spesso figurano sugli schermi, e abbozza una morale di innegabile fascino: ritrovare lo spirito che animava i sogni della giovinezza corrobora e fa sentire vivi. Un cast di volti sconosciuti fa da corona alle apparizioni affatto spiacevoli dell'ex star degli stadi che, sì, colpì al petto con i piedi un tifoso che lo contestava, ma sapeva incantare i suoi ammiratori e non con delizie atletiche che ricordano come lo sport sia una sublimazione delle capacità fisiche (ma non solo) umane. E forse è vero che i giochi di potere di multinazionali e i capricci delle star del calcio ci hanno un pò stancato, ma che bella scena quella dei ragazzini che giocano in un cortile immaginandosi forse al centro di uno stadio con sottofondo di una "Marsigliese" incerta suonata dalla tromba del barbuto Cantona.